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Il Sonnambulismo

Il sonnambulismo (sleepwalking o somnambulism nella letteratura internazionale) è un disturbo del sonno caratterizzato da una serie di comportamenti complessi che danno luogo principalmente al fatto di camminare durante il sonno.
È un disturbo considerato facente parte della categoria delle parasonnie, ovvero di quei disturbi definiti dal DSM-5 come “caratterizzati da esperienze e comportamenti anomali o da eventi fisiologici che si verificano in associazione al sonno, a specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno-veglia”.
Più in particolare, il fenomeno del sonnambulismo è considerato un sintomo dei Disturbi dell’arousal del sonno non-REM, ovvero di quelle condizioni anomale miste veglia-sonno che si possono presentare durante una specifica fase del sonno (quella denominata non-REM, appunto).
Nel caso del sonnambulismo, il fenomeno si verifica solitamente durante il primo terzo della notte (ossia nelle prime 2-3 ore), una fase del sonno in cui predominano le “onde lente” ed il soggetto all’EEG risulta in una condizione di veglia incompleta.

Durante l’episodio di sonnambulismo, il soggetto ha gli occhi aperti, mostra un’espressione del viso vuota ed assente, è di norma poco reattivo ai tentativi di comunicare con lui e risulta difficoltoso risvegliarlo.

Al risveglio, il paziente si mostra confuso e disorientato e normalmente non riporta immagini o contenuti onirici, poiché l’episodio non avviene durante una fase di sonno profondo, in cui compaiono di regola i sogni.
L’episodio di sonnambulismo è, di norma, piuttosto breve (1-10 minuti), ma in casi meno frequenti la durata può allungarsi anche ad un’ora (la durata massima possibile del fenomeno non è attualmente nota).

Panico Notturno

Chi soffre di sonnambulismo presenta talvolta anche episodi di terrori nel sonno, la seconda sottotipologia di questi disturbi della fase non-REM, in cui si verifica un brusco risveglio dal sonno accompagnato di solito da grida di panico, pianto, forte agitazione emotiva.
La possibile compresenza o alternanza di questi episodi, apparentemente così diversi, testimonia tuttavia la comune fisiopatologia sottostante associata a questa specifica fase del sonno.

I comportamenti del sonnambulo possono essere anche assai diversi tra loro e prendere avvio con azioni molto semplici (come ad es. mettersi seduto sul letto e guardarsi attorno).
Nella maggior parte dei casi, gli episodi sono caratterizzati da comportamenti poco complessi e routinari, ma talvolta il sonnambulo può compiere azioni ben più complesse, come uscire di casa usando le chiavi, salire e mettere in moto l’automobile (in casi estremi addirittura guidare per brevi tratti).

Classificazioni

La classificazione diagnostica considera a questo proposito anche due sottospecificazioni possibili:

  • la prima, con alimentazione correlata al sonno, in cui il soggetto mangia, con diversi gradi di consapevolezza e successiva amnesia;
  • la seconda, con comportamento sessuale correlato al sonno (detto anche sexsomnia), in cui il soggetto può masturbarsi, accarezzare o palpeggiare un’altra persona, e persino avere un rapporto sessuale.

La prima di queste sottospecificazioni è più presente nella popolazione femminile, la seconda in quella maschile.
Al risveglio (durante l’episodio o successivamente), il soggetto non ha ricordi o ha ricordi molto ridotti di quanto avvenuto, appare inizialmente – come detto – piuttosto confuso e disorientato ed è necessario attendere il pieno recupero delle funzioni cognitive e di un comportamento adeguato. La mancanza di immagini oniriche, di ricordi del sonno e di ricordi dell’episodio sono criteri necessari per diagnosticare correttamente il disturbo.

sonnambulismo

Quante Persone soffrono di Sonnambulismo?

Episodi isolati di disturbi nella fase non-REM del sonno sembrano essere piuttosto comuni, tanto che si ritiene che dal 10 al 30% delle persone possa aver avuto almeno un episodio di sonnambulismo, soprattutto durante l’infanzia, che è il periodo più tipico di insorgenza del disturbo, soprattutto prima dei 10 anni.
La prevalenza di un vero e proprio disturbo, con episodi ripetuti e disagio clinicamente significativo nella vita quotidiana si ritiene invece essere negli adulti intorno al 2%.
Nella maggior parte dei casi il disturbo regredisce infatti con l’età. Tra i fattori che possono favorire l’insorgenza degli episodi o costituire fattori di rischio per il disturbo sono identificati l’uso di sedativi, la deprivazione di sonno, le alterazioni del ritmo sonno-veglia, fattori di stress psicofisico; l’80% delle persone che soffrono di sonnambulismo presenta una storia familiare di disturbi della fase non-REM del sonno (sonnambulismo o terrori nel sonno).
Il sonnambulismo è più frequente nelle femmine durante l’infanzia, mentre tra gli adulti si osserva maggiormente nei maschi.

È necessario distinguere bene il fenomeno del sonnambulismo da altri fenomeni anomali che possono verificarsi durante il sonno.

Vi possono essere infatti altri disturbi durante il sonno caratterizzati da azioni motorie, vocalizzazioni o sonno agitato. Il soggetto può cadere dal letto, dare calci o pugni, mettersi a correre, ecc. In questo caso, tuttavia, nonostante le apparenti analogie, le cose stanno diversamente. Queste manifestazioni comportamentali, pur avvenendo con il soggetto addormentato (ma con gli occhi tipicamente chiusi), intervengono in una fase più avanzata del sonno, quella REM, nella quale il soggetto sembra “mettere in atto il sogno”. Questo disturbo, denominato Disturbo comportamentale del sonno REM fa sempre parte delle parasonnie, ma è tuttavia diverso dal sonnambulismo, e non solo per la diversa fase del sonno in cui si verifica.
Il soggetto in questo secondo caso non si risveglia infatti confuso e disorientato, ma può essere immediatamente sveglio, vigile e orientato, ed è spesso in grado di descrivere dettagliatamente ciò che stava sognando.

Trattamenti

Per quanto riguarda i trattamenti, è consigliabile innanzitutto distinguere tra la presenza di episodi singoli di sonnambulismo (come detto, piuttosto comuni) ed invece la ricorrenza e la gravità di questi episodi (ad es. gli episodi sono molto frequenti, il soggetto fa cose pericolose o in cui potrebbe farsi del male, appare molto agitato, ha difficoltà a riprendere il suo orientamento al risveglio, gli episodi hanno un impatto sul funzionamento nella vita quotidiana ecc.). In questo secondo caso, è necessaria una consulenza specialistica, innanzitutto medica e poi anche psicologica.
Dal punto di vista dell’indagine medica, esami strumentali, tra cui la polisonnografia potranno meglio chiarire l’esatta natura del fenomeno, la sua collocazione nelle diverse fasi del sonno ed inoltre escludere altre patologie (come ad es. fenomeni epilettici).

Dal punto di vista dei trattamenti medici, essendo ancora poco chiari i meccanismi sottostanti questo tipo di attivazione notturna, gli interventi farmacologici attualmente non sono mirati ad agire su specifici meccanismi associati al fenomeno. Possono perciò essere impiegati psicofarmaci appartenenti a diverse categorie, soprattutto benzodiazepine (come diazepam, clonazepam, triazolam, flurazepam), antidepressivi triciclici (come l’imipramina) e farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), come la paroxetina.

Dal punto di vista degli interventi psicologici, invece,, gli interventi sono primariamente di tipo comportamentale. Questi vengono impiegati, in particolare con i soggetti in età evolutiva, in stretta collaborazione con i familiari, che devono disporre di adeguate istruzioni circa una corretta attuazione dei principi di igiene del sonno, come ad esempio il rispetto di regole relative agli orari di addormentamento e risveglio, nonché circa la regolarizzazione dei ritmi circadiani. Inoltre, i familiari devono acquisire le abilità necessarie per poter gestire al meglio il comportamento del soggetto durante e immediatamente dopo il verificarsi degli episodi-bersaglio.

Nell’eventualità in cui gli episodi avvengano in concomitanza con periodi particolarmente stressanti per la persona, risulta utile un intervento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale per ampliare nel soggetto le capacità di gestione dello stress e delle difficoltà del quotidiano (ad es. tramite l’apprendimento di tecniche di rilassamento e l’acquisizione di migliori abilità interpersonali e di soluzione di problemi). Nel caso in cui la sintomatologia sia associata a qualche fatto traumatico, saranno inoltre inserite metodiche proprie della CBT (ossia della terapia cognitivo-comportamentale) mirate al trattamento di problematiche di tipo post-traumatico.

Articolo scritto da Emilio Franceschina, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, prof. a contratto di psicologia clinica presso la Scuola di Psicologia dell’Università di Padova, Direttore dell’Istituto Miller di Genova e Firenze (scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale riconosciuta dal MIUR), docente e supervisore, nonché membro del consiglio direttivo dell’AIAMC.