
Se hai mai sperimentato un Attacco di Panico, saprai che si tratta sia di una esperienza terrificante sia estenuante.
La diagnosi di Disturbo di Panico è caratterizzata dall’esperienza di attacchi di panico ricorrenti e inaspettati – ovvero di attacchi che si presentano come un fulmine a ciel sereno. I sintomi principali sono: sudorazione, tremori, respiro corto, senso di soffocamento, dolore al petto, e paura di morire.

La diagnosi di Disturbo di Panico è caratterizzata dalla sperimentazione di Attacchi di Panico ricorrenti (aspettati o inaspettati).
In questo articolo vedremo quali sono le caratteristiche salienti di questa condizione e come intervenire per gestirli.
Un attacco di panico è un’improvvisa ondata di intensa paura o disagio che raggiunge il picco in pochi minuti, durante i quali si verificano una varietà di sintomi psicologici e fisici.
Questi sintomi includono battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore, mancanza di respiro, vampate di calore e vertigini, nonché una sensazione di minaccia imminente, brividi, nausea, dolore addominale, dolore toracico, mal di testa e intorpidimento o formicolio.
Il Disturbo di Panico è una diagnosi caratterizzata da ricorrenti Attacchi di Panico “inattesi”, ovvero gli attacchi sembrano presentarsi come un fulmine a ciel sereno. Il termine ricorrente si riferisce al fatto che la persona interessata ha sperimentato più di un attacco di panico “inaspettato”.
In genere, gli attacchi di panico “attesi” si verificano quando c’è un segnale o un trigger evidente, come in una fobia specifica o un disturbo d’ansia generalizzato.
Gli Attacchi di Panico causano una varietà di sintomi angoscianti che possono essere terrificanti per la persona.
In alcuni casi, chi sperimenta un attacco può scambiarlo per un attacco di cuore, in altri c’è una intensa paura di morire o impazzire. Spesso è presente un senso di minaccia imminente e la paura di perdere il controllo. È inoltre possibile vivere questi episodi con estremo imbarazzo e vergogna ed evitare di condividere l’esperienza con amici, familiari e anche professionisti della salute mentale.
Sintomi degli Attacchi di Panico
Sulla base dei criteri DSM-5 del Disturbo di Panico, i sintomi caratteristici sono:
A livello fisico
Il DSM V (APA, 2013) per diagnosticare il disturbo, prevede la presenza di almeno 4 sintomi tra quelli elencati, al di sotto dei quali siamo alla presenza di “attacchi paucisintomatici”.
L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge l’apice solitamente nell’arco di dieci minuti e non dura in genere più di venti minuti. È necessario tenere presente che un singolo attacco di panico non può essere subito inquadrato come un disturbo di panico (DAP), in quanto può presentarsi anche in altri quadri clinici, la comparsa di un singolo episodio non è sufficiente per la diagnosi di DAP.
Sebbene la durata vari da individuo a individuo, in genere gli attacchi di panico raggiungono il loro picco entro 10 minuti (o meno) e poi i sintomi iniziano a diminuire di intensità.
Gli Attacchi di Panico durano raramente per più di un’ora; nella maggior parte dei casi la durata varia dai 20 ai 30 minuti.
Gli Attacchi di Panico possono arrecare danni al cuore?
Secondo uno studio pubblicato su Psychology Medicine, le persone che soffrono di Attacchi di Panico e Disturbo di Panico potrebbero avere un rischio più alto di problemi cardiaci più avanti nella vita. Se da una parte il legame tra Disturbo di Panico e malattie cardiache rimane controverso, lo studio ha rilevato che gli individui che hanno sofferto di Disturbo di Panico nel corso della vita, mostravano un rischio maggiore fino al 36% di infarto e fino al 47% di malattie cardiache. È consigliabile quindi che le persone che soffrono di Attacchi di Panico, effettuino monitoraggi volti a escludere la presenza di problematiche cardiache.
Si può morire di Attacchi di Panico?
Se da una parte gli attacchi causino una varietà di problemi fisici e molte persone, soprattutto per nel caso di panico notturno, riferiscano di sentirsi come se stessero per morire quando ne sperimentano uno, non è possibile perdere la vita a causa delle crisi di panico.
Se sei incline a provare emozioni negative e hai una vulnerabilità all’ansia, potresti essere a rischio di sviluppare Attacchi di Panico e/o un Disturbo di Panico.
Anche esperienze infantili di abusi sessuali – fisici – emotivi, abitudini di vita disfunzionali (dipendenza da fumo – alcol – droghe) o fattori di stress interpersonali, lavorativi, legati a cambiamenti importanti nella vita o nella salute, durante i mesi precedenti il primo attacco, costituiscono fattori di rischio.
Inoltre, si ritiene che la genetica abbia un ruolo nella suscettibilità al disturbo di panico, sebbene non siano noti i geni esatti, i prodotti genetici o le funzioni implicate.
Si ritiene inoltre che le persone con un genitore o genitori con diagnosi di ansia, depressione o disturbo bipolare abbiano un rischio maggiore di sviluppare il disturbo di panico.
Quando i sintomi iniziano a raggiungere il picco durante un attacco, può sembrare che l’esperienza non abbia mai fine. Potresti pensare che non ci sia niente da fare se non aspettare, ma esistono alcune strategie che puoi mettere in atto per ridurre la gravità dei sintomi e distrarre la mente. Vediamo qualche esempio.
Sia la psicoterapia che i farmaci si sono dimostrati efficaci nel contribuire a ridurre la frequenza e l’intensità degli Attacchi di Panico. Il percorso di trattamento specifico dipenderà dalle preferenze personali, dall’anamnesi e dalla gravità degli attacchi.
La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) è la forma di psicoterapia più efficace per gli Attacchi di Panico e il Disturbo di Panico e viene considerata il trattamento di prima scelta grazie alle evidenze raccolte dalla ricerca scientifica.
Durante la TCC, paziente e terapeuta lavorano sull’allenamento al rilassamento, sulla ristrutturazione di pensieri e comportamenti, sulla consapevolezza, sull’esposizione alle situazioni fonte di disagio e sulla riduzione dello stress. Molte persone che soffrono di Attacchi di Panico iniziano a notare una riduzione entro poche settimane e i sintomi spesso diminuiscono in modo significativo o scompaiono completamente entro alcuni mesi.
In alcuni casi è possibile che venga consigliato di affiancare un trattamento farmacologico al percorso terapeutico. Ecco alcuni esempi dei farmaci più comunemente utilizzati nel trattamento del panico:
Inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) come fluoxetina (Prozac), paroxetina (Paxil, Pexeva) e sertralina (Zoloft).
Inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina (SNRI) come la venlafaxina (Effexor) sono approvati dalla FDA per il trattamento del disturbo di panico.
Possono essere prescritte anche benzodiazepine come alprazolam (Xanax) e clonazepam (Klonopin).
Goldstein e Chambless (1978) propongono un modello fondato sulla teoria dell’apprendimento, in base al quale l’ansia viene associata al pericolo. Secondo questi autori l’individuo risulta molto attento alle sensazioni corporee sperimentate e le interpreta costantemente come segnali di un imminente attacco di panico. Il modello cognitivo dell’ansia e delle fobie (Beck, 1987) considera come nucleo centrale dei Disturbi D’ansia la vulnerabilità personale, intesa come una condizione ansiosa connessa alla paura di perdita di controllo difronte a stimoli interni o esterni potenzialmente pericolosi. Il pensiero ansioso si baserebbe su schemi cognitivi dominati dal cluster del pericolo. Quando è presente un disturbo d’ansia, la persona sottovaluta le proprie risorse personali focalizzandosi sulle proprie vulnerabilità, finendo con il considerarsi inadeguata e debole nel fronteggiare una possibile minaccia. Nel modello cognitivo del panico (Clark & Salkovskis, 1986) descrive il circolo vizioso che porta al mantenimento degli attacchi di panico che può essere innescato da pensieri, emozioni o sensazioni somatiche (giramenti di testa, tachicardia, vampate di calore) e mentali (problemi di concentrazione, pensieri annebbiati) che danno luogo a un’intepretazione negativa disfunzionale caratterizzata da pensieri automatici negativi (PAN), come ad esempio ‘sto per avere un infarto’ che vengono erroneamente interpretate come segnali di un imminente pericolo per la salute, in quanto considerate segnali, ad esempio di un attacco cardiaco.

La teoria basata sui fattori psicologici (o “flight or fightresponse”) di David Barlow (Barlow & Craske, 2000), sostiene che il DAP sia determinato da una risposta incondizionata di paura ad una normale reazione fisiologica che attiva una reazione d’allarme con relativo stato di attivazione. La paura che possa accadere di nuovo innesca una serie di anticipazioni che portano ben presto ad un processo di generalizzazione di comportamenti di evitamento.
Il modello metacognitivo dei Disturbi d’Ansia di Adrian Wells (2009) considera alla base del malessere emotivo di tale disturbo uno stile di pensiero dannoso detto “CAS” (Cognitive Attentional Sindrome) dal quale originano preoccupazioni e ruminazioni (catene di pensiero). Nel Disturbo di Panico vi sarebbero due credenze metacognitive che alimentano il disturbo: quelle positive che riguardano il controllo dei sintomi fisici (“se controllo… sarò al sicuro”) e quelle negative, legate agli aspetti di perdita del controllo e di pericolo (“se non controllo… sarò in pericolo”) che focalizzano l’attenzione sulla minaccia e mantenute da strategie disfunzionali di coping.

La teoria su base fisiologica di Donald Klein si fonda sul concetto di “sensibilità all’ansia o all’ipercapnia”. Secondo questa teoria, alcune persone hanno una maggiore vulnerabilità agli attacchi di panico a causa di una disregolazione respiratoria che comporta aumenti fisiologici dell’ansia o della respirazione, che può essere a sua volta influenzata da fattori genetici, esperienze di vita stressanti o predisposizioni individuali. Donald Klein e Donald Levy affermano che questa sensibilità comporti una irregolarità respiratoria, paragonabile ad uno stato di iperventilazione, con bassi livelli di CO2 a fine respiro. Tale sensibilità all’incremento di CO2 induce la percezione delle sensazioni di soffocamento e fame d’aria. In tal senso sono insorti interventi per il panico che integrano il trattamento del biofeedback a training respiratori assistiti da capnometria (BRT) volti ad eliminare le diminuzioni persistenti o acute della pCO2 arteriosa, caratteristica distintiva dell’iperventilazione, e quindi in grado di di prevenire gli stati ansiosi (Ley, 1985). Tra questi Montgomery e Yucha hanno unito alla CBT l’uso del biofeedback seguendo le linee guida della Task Force dell’Applied Pychophisiology Neurofeedback (AAPB, ISNR). Studi preliminari (Meuret, 2008) suggeriscono che l’aumento della pCO2 di fine espirazione mediante feedback capnometrico è terapeuticamente vantaggioso per i pazienti affetti da panico.
Infine consideriamo l’applicazione della pratica mindfulness agli attacchi di panico il cui presupposto di base è quello di evitare la fusione cognitiva che alimenta l’attribuzione catastrofica delle conseguenze, spostando l’attenzione all’esterno, accogliendo in modo non giudicante la reazione enterocettiva imparando a controllarla come un evento transitorio “impermanante”. La mindfulness, nello specifico il protocollo MBSR Mindfulness Based Stress Reduction di John Kabat Zinn, integrato alla terapia cognitiva comportamentale (Vøllestad 2011; Barlow 2006; Levitt&Karekla, 2005; Grossman et al., 2004; Miller, Fletcher &Kabat-Zinn, 1995) può favorire l’abbassamento del livello di attivazione nervosa e il raggiungimento di uno stato di defusione dai pensieri, focalizzando l’attenzione sulle sensazioni fisiche, agendo in tal modo sulle emozioni, riducendone l’attivazione. L’obiettivo è duplice: dirigere la propria attenzione al momento presente con accettazione consapevole non giudicante e spostare l’attenzione alle sensazioni fisiche, distanziando i pensieri catastrofici anticipatori. Il continuo riferimento al presente attraverso la respirazione consente di ritardare l’attivazione di automatismi disadattivi legati allo stress e favorendo cosi una risposta consapevole.
Molte persone usano i termini attacco d’ansia e Attacco di Panico i in modo intercambiabile, ma in realtà rappresentano due esperienze diverse.
Perché una crisi venga considerata un Attacco di Panico, devono essere presenti quattro o più dei sintomi indicati nel DSM-5 (elencati precedentemente).
Al contrario, il termine attacco d’ansia non è uno specificatore delineato nel DSM-5.
Piuttosto, l’ansia è usata per descrivere una caratteristica fondamentale di molteplici disturbi d’ansia. Il culmine dei sintomi che derivano dall’essere in uno stato di ansia – come irrequietezza, mancanza di respiro, aumento della frequenza cardiaca e difficoltà di concentrazione – può sembrare un “attacco”, ma sono generalmente meno intensi di quelli sperimentati durante il picco di un attacco di panico.
Dato che gli attacchi di ansia non sono specificatamente indicati come diagnosi nel DSM-5, l’uso della parola è aperta all’interpretazione e diversi individui possono usarla in vari modi e circostanze.
Per una persona, un attacco di ansia potrebbe consistere in uno stato di eccessiva preoccupazione rispetto a qualcosa tale da non riuscire a concentrarsi su qualcos’altro; per un’altra, l’attacco di ansia potrebbe riferirsi all’intensificarsi di sintomi come la sudorazione e la mancanza di fiato, di fronte a una determinata situazione.
Vedere un amico o una persona cara sperimentare un attacco di panico può essere un’esperienza difficile soprattutto quando ci si sente impotenti di fronte alla sofferenza altrui.
Non è possibile interrompere l’attacco nel momento in cui si manifesta, ma ci sono alcune cose che può essere utile fare durante.
In primo luogo, è importante rimanere calmi, pazienti e comprensivi. Aiutare la persona a concentrarsi sulla respirazione profonda. Ripetere che l’attacco è temporaneo e passerà. È possibile proporre di accompagnarla fuori dalla situazione per il tempo necessario a fare passare la fase più intensa dell’attacco, cercando di intraprendere una conversazione o un gioco mentale.
Una volta che l’attacco di panico è passato e la persona è tornata in uno stato di calma, sarebbe utile incoraggiarla a chiedere aiuto a un professionista della salute mentale al più presto, se non lo ha già fatto.
Il sito www.aiamc.it è il portale di riferimento italiano che raccoglie terapeuti specializzati in Terapia Cognitivo Comportamentale sul territorio italiano.
Nella sezione “CERCA PSICOTERAPEUTA” è possibile sezionare la regione e la provincia di interesse e filtrare la ricerca sulla base del problema di cui si soffre.
Letture consigliate


Articolo a cura di: Sonya SABBATINO – Istituto Watson, Torino – Centro di terapia e scuola di specializzazione ministeriale post lauream
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Enrico ROLLA– Direttore Istituto Watson, Torino – Centro di terapia e scuola di specializzazione ministeriale post lauream
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Contatti: Istituto Watson, c.so Vinzaglio 12 bis, TorinoTel.: 011 56 111 02 Email: info@iwatson.com Site: www.iwatson.com


