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Workaholism: Quando il Lavoro diventa una Droga

Origine del termine “Workaholism”

Il concetto di workaholism, che ai più può risultare di fresca introduzione ed in linea con la recente forte attenzione per le cosiddette nuove dipendenze o dipendenze senza sostanza, in realtà ha già una lunga storia.

Il termine workaholism è stato coniato infatti nel lontano 1971 da Oates che, in «Confessions of a Workaholic: the facts about Work Addiction», definisce così quel lavoratore che presenta un bisogno di lavorare così forte da compromettere le relazioni sociali, la felicità e la salute.
Il termine costituisce un neologismo nato dalla fusione tra le parole work ed alcoholism, per enfatizzarne la natura di dipendenza, analogamente all’uso smodato di alcol.

Successivamente, un altro autore, Monsier, nel 1983, ha cercato di dare una misura in termini di ore lavorative al fenomeno, ritenendo che possa essere definito workaholic quel lavoratore che dedica al lavoro non meno di 50 ore a settimana. Naturalmente, a questo criterio devono poi aggiungersi ulteriori caratteristiche distintive. Dal punto di vista terminologico, per definire lo stesso fenomeno, possiamo impiegare anche termini quali work addiction oppure, in italiano, dipendenza da lavoro.

Workaholism

Positivo o negativo?

Per alcuni autori il workaholism può anche avere una valenza positiva, specie quando il lavoratore fa le cose con grande passione e soddisfazione. Credo che a molti imprenditori e dirigenti non dispiacerebbe affatto avere uno o più workaholisti (passatemi l’italianizzazione) in ufficio.

Questi soggetti sono lavoratori indefessi, disposti ad ogni sacrificio e ad ogni rinuncia “per il bene dell’azienda”, come si dice.

Questi lavoratori possono letteralmente “valere per due”, cioè corrispondere di fatto ad una doppia forza-lavoro, per numero di mansioni coperte, per impegno profuso, per spirito di iniziativa, per l’esiguo numero di assenze (di solito, per queste persone, restare a casa dal lavoro, anche per malattia, è cosa non contemplata), ecc.
Naturalmente questo tipo di dedizione al lavoro non caratterizza tuttavia solo il lavoratore dipendente, si può parlare di work addiction senza dubbio anche per chi lavora in proprio, per chi dirige, per chi – in sostanza – è il capo.

Robinson (1998) avvicina la dipendenza da lavoro alle ossessioni-compulsioni, in quanto il soggetto è caratterizzato da rigide regole autoimposte, mostra un’incapacità di regolazione delle proprie abitudini lavorative ed un’eccessiva tendenza ad indulgere e a privilegiare il lavoro, a discapito delle altre attività della vita. Il lavoro diviene pertanto una sorta di bisogno assoluto, in grado di interferire pesantemente non solo sulle relazioni sociali o familiari della persona, ma anche sulla sua stessa salute, sotto forma di sintomi da stress. Queste persone sono spesso insoddisfatte dei propri risultati, presentano convincimenti assoluti ed acritici rispetto l’impegno lavorativo (del tipo: “bisogna sempre dare il massimo”), vivono con grande malessere ogni situazione in cui non hanno il controllo totale e possono mostrarsi fortemente competitive.

Cosa è rinforzante nel work addiction?

Ricordandoci delle nostre radici comportamentiste, possiamo anche considerare il problema sopra descritto secondo un’altra prospettiva: qual è l’aspetto rinforzante del lavorare con così tanto impegno?
Detto in parole povere, dove sta l’elemento premiante, ciò che spinge il lavoratore a perseguire giorno per giorno questa forma di dedizione estrema al lavoro?

È possibile che in questa prospettiva si annidi anche la risposta alla domanda “quando un forte attaccamento al lavoro fa bene, e invece quando fa male”?

La psicologia comportamentale potrebbe suggerire un interessante spunto di riflessione, ovvero quello secondo cui vi sono persone – come si accennava precedentemente – che lavorano perché hanno un grande piacere nel farlo, si sentono appagate, hanno una forte iniezione di autostima dal loro mestiere, vivono una intensa vita sociale attraverso il lavoro, e via dicendo.
In questo caso potremmo dire che il lavoro determini per loro un incessante flusso di rinforzi positivi, ed è probabile che l’impatto stressogeno del superlavoro sia relativo, poiché ogni potenziale stressor (le richieste del lavoro) è percepito comunque come ‘buono’ e la persona è convinta di riuscire a soddisfare le richieste dell’ambiente. Al contrario, l’eccessiva dedizione al lavoro potrebbe derivare dal bisogno di dimostrare qualcosa, come ad es. di essere una persona capace, di essere molto responsabile, di anteporre gli interessi dell’azienda a quelli personali (o familiari), ecc. In sostanza, in questo caso il lavoratore si dedica al lavoro ben al di sopra delle proprie risorse, principalmente perché il non farlo lo esporrebbe al giudizio negativo altrui (e anche a quello di sé stesso).

A questa categoria appartengono spesso persone molto coscienziose, che hanno ricevuto un’educazione severa ed esigente sull’etica del lavoro. Agiscono secondo schemi di perfezione per il timore di “deludere” colleghi o superiori. Vietato sbagliare, vietato mancare, vietato non preoccuparsi di tutto e non vedere tutto. In questo secondo caso, il lavoro è sempre rinforzante (e quindi aumenta la probabilità che il soggetto si dedichi e si impegni fortemente nei suoi compiti), ma il “premio” non è solo o tanto il piacere e la soddisfazione di aver fatto bene, quanto il sollievo per non aver commesso errori e per non essere stati esposti al giudizio negativo altrui. È come se si lavorasse non per piacere, ma per evitare le conseguenze negative del non lavorare come-si-deve.

È perciò probabile che molte situazioni lavorative, per questi soggetti, siano appaganti non tanto perché danno piacere, ma piuttosto perché tolgono malessere, cosa che implica pertanto dei meccanismi di rinforzo negativo.

Quali sono gli indicatori del workaholism?

Alcuni autori identificano in particolare i seguenti indicatori caratterizzanti la work addiction (riassunti molto efficacemente da Tronci, 2019):

  • (1) la compulsione lavorativa, ovvero un abuso dell’attività lavorativa assiduo e duraturo, con un impegno di 8-10 ore al giorno, non distinguendo tra giorni feriali e festivi;
  • (2) le sensazioni di vuoto, nervosismo ed angoscia nei periodi in cui non si lavora, assimilabili alle crisi di astinenza proprie di una dipendenza;
  • (3) la paura di essere licenziati;
  • (4) le preoccupazioni frequenti relative a temi relativi al lavoro;
  • (5) il pensiero costante riguardo possibili nuove strategie per risolvere criticità lavorative o per ottenere ulteriore successo;
  • (5) la riluttanza a distaccarsi fisicamente e mentalmente dal lavoro, con la tendenza a dedicare al lavoro anche il tempo libero, oppure dedicarlo a letture riguardanti la propria professione o svolgendo attività in qualche modo inerenti al lavoro;
  • (6) la presenza di incubi riguardanti possibili errori o fallimenti lavorativi.

Tipologie di workaholism

Molti autori hanno proposto, attraverso i loro studi, una classificazione tipologica del workaholic.
Una tra le più interessanti e recenti è stata proposta da Robinson (2000), che ha identificato quattro tipologie di lavoratori che presentano work addiction, denominate lavoratore bulimico, lavoratore instancabile, lavoratore assaporatore e lavoratore con deficit di attenzione.

  • Il lavoratore bulimico, similmente al soggetto che alterna periodi di restrizione alimentare ad abbuffate compulsive, presenta lunghi periodi in cui tende a procrastinare il lavoro a periodi in cui è sopraffatto fisicamente e mentalmente da esso, dovendolo terminare in tempi ristrettissimi;
  • il lavoratore instancabile invece ha difficoltà a delegare ad altri, si fa carico di una mole eccessiva di lavoro e tende ad andare sotto pressione quando si avvicinano le scadenze, agisce in modo veloce e talvolta impulsivo e si percepisce costantemente “in ritardo” rispetto ai tempi previsti;
  • il lavoratore assaporatore è lento e scrupoloso, perfezionista ed attento al metodo in maniera eccessiva, sembra un “degustatore” del lavoro, cosa che talvolta può andare a discapito dell’efficienza; il lavoratore con deficit dell’attenzione rifugge le attività noiose e routinarie ed apprezza viceversa le sfide, è un sensation seeker e può tendere ad abbandonare velocemente un’attività per perseguirne immediatamente una nuova, ancor prima che la precedente sia definitivamente compiuta.

Un’ulteriore categoria, quella definita del lavoratore careaholic, non costituirebbe propriamente una quinta categoria, ma piuttosto andrebbe a caratterizzare ulteriormente ciascuna delle precedenti. Questo lavoratore sente un bisogno irrefrenabile di aiutare gli altri e tende a farsi carico di problemi e mansioni altrui, fino al limite massimo delle proprie possibilità (ed anche oltre). Vuole sentirsi indispensabile, “immolarsi” per togliere colleghi e superiori dalle difficoltà e prova un intenso malessere quando non riesce a fare questo.
Non di rado questa caratterizzazione è presente nei workaholisti che svolgono le cosiddette helping professions, le professioni d’aiuto, quelle – per intenderci – che sono primariamente a rischio burnout.

Come trattare il workaholism

Il percorso trattamentale o di aiuto alle persone dipendenti da lavoro è tutt’altro che semplice, soprattutto per il fatto che, molto frequentemente, questi lavoratori si rivolgono primariamente alle figure mediche e poi a quelle psicologiche per la reazione di stress che ne consegue, attribuendo l’origine del problema più a fattori esterni, organizzativi o associati al comportamento dei colleghi, piuttosto che inerenti il proprio modo di pensare ed agire.

A complicare gli interventi psicosociali sul workaholism subentra anche il fatto che questo stile di comportamento affonda spesso le proprie radici su un ampio ventaglio di tratti di personalità, notoriamente assai difficili da modificare per la loro rigidità e pervasività. Inoltre, in alcuni ambienti organizzativi ed aziendali sono ritenuti adattissimi al ruolo, ricevono continui rimandi positivi circa loro impegno e fanno carriera, poiché contribuiscono all’efficienza, mostrano dedizione e senso di responsabilità, sono apparentemente instancabili e totalmente disponibili di fronte a qualunque richiesta.

Pertanto, il soggetto con problemi di work addiction deve essere prima di tutto aiutato ad avere una più chiara consapevolezza di quelli che sono i reali fattori implicati nel suo problema di stress. L’approccio al lavoro, nella sua natura impropria e disfunzionale, deve essere “smascherato” e identificato per quello che è: un problema di addiction. Deve essere pertanto proposto un approccio più realistico e funzionale al lavoro, piuttosto che una modificazione radicale delle caratteristiche della persona. Già in sé questa idea è alquanto impegnativa, poiché non di rado queste persone sono poco consapevoli della natura disadattiva del loro approccio al lavoro. Gli interventi rischiano spesso di produrre risultati non durevoli, poiché terminata la fase in cui il paziente accetta obtorto collo una riduzione del proprio coinvolgimento psicofisico nel lavoro, al solo scopo di riprendersi dalla risposta di stress (che può manifestarsi con sintomi ansiosi, depressivi, disturbi del sonno e psicosomatici), il paziente tende, più o meno rapidamente, a riprendere le vecchie abitudini.

I programmi di stress management, di tipo cognitivo-comportamentale, costituiscono quei percorsi psicoterapeutici individuali mirati alla modificazione di convincimenti ed abitudini associati a queste di caratteristiche, e sono volti a sostituire elementi irrealistici o disfunzionali con altri più realistici ed adattivi, riorganizzando l’agenda, lavorando sulle credenze irrazionali, incrementando la promozione dei principi della delega e della cooperatività. La ristrutturazione cognitiva di credenze distorte ha, in questo tipo di interventi, un ruolo fondamentale per la modificazione dell’approccio al lavoro.

Alcuni autori suggeriscono anche gli interventi a livello di coppia e familiare, soprattutto laddove il lavoro è divenuto il contesto elettivo di realizzazione personale ed emotiva per la persona, a causa di relazioni poco appaganti tra le mura domestiche, oppure laddove familiari inconsapevolmente “compiacenti” sono divenuti fattori di mantenimento, rispetto questo tipo di modus operandi.

Sono considerati anche utili, ove presenti, gli interventi di gruppo e di auto-aiuto, come ad es. quelli denominati Workaholics Anonymous.

Analogamente ad altri gruppi di questo tipo volti alla gestione di altre dipendenze (come ad es. l’alcol o il gioco d’azzardo), la via terapeutica prende avvio dalla acquisizione di una corretta consapevolezza di avere un problema di dipendenza.
Il contatto con altre persone che presentano il medesimo problema favorisce la condivisione delle proprie esperienze ed incoraggia a combattere la dipendenza.

I Workaholics Anonymous non si propongono obiettivi astratti e, per questo, destinati spesso al fallimento, ma piuttosto obiettivi quotidiani e realistici. Niente propositi come “ho deciso di non lavorare mai più così tanto”, ma piuttosto cose del tipo “oggi ho deciso di lavorare fino alle 18.00 e dopo porto fuori a cena i miei familiari”.
Le promesse che coprono 24 ore, da rinnovarsi ogni giorno, sono forse meno suggestive, ma sono più aderenti alla realtà ed hanno maggiori probabilità di venir concretamente rispettate.

Autore Articolo

Emilio Franceschina

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